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sabato 1 maggio 2010

Associazione sì, associazione no!

Fare parte di un gruppo o ballare da soli?
Beh, questo è uno dei dilemmi che prima o poi interessa tutti in un qualsiasi o in molteplici momenti della vita. A scuola, all’università, in viaggio, al lavoro, nel tempo libero. Ed è proprio qui che si animano le espressioni più interessanti di aggregazione, perché fare le cose insieme agli altri molto spesso è gratificante, educativo e costruttivo.
Lo stesso accade per la fotografia.
Incontrarsi, scambiare opinioni, conoscere altre persone con le stesse passioni è un modo per ampliare i propri campi visivi e provarsi in un nuove sfide. Talvolta le associazioni sono serie, interessate, radicate e produttive. Pongono domande e pretendono risposte. Una di queste è di certo Refoto della quale ho fatto parte per qualche anno. Lì la mia passione fotografica è diventata finalmente consapevole e matura; le mie capacità si sono ampliate e diversificate. I corsi sono professionali (se si pensa alla struttura e ai costi esigui), gli incontri sempre interessanti con fotografi professionisti, le sfide sempre nuove e interessanti.
Ma associazione fa rima con prigione?
Non si balla da soli quando si è in gruppo. Devi esser fedele a regole non scritte ma condivise. Non ci sono mezze misure o sei fuori o sei dentro. Peccato. Peccato per gli amici, per gli incontri, per i progetti compiuti e per tutto il resto che si poteva ancora fare insieme.
Così senza mezze misure e senza nessun sconto, son fuori.
Si sa, noi viviamo per cambiare e le cose cambiano per vivere. La passione si alimenta con altre sfide, più alte e più lontane.
Avere un appoggio rinfranca sempre gli spiriti indecisi e nel decennio della condivisione a tutti i costi, ballare da soli è un paradosso.
Ma gli agi ingrassano ed indeboliscono l’animo e la comodità è nemica dei grandi viaggi…
I bei ricordi rimangono, ma forza, avanti, da soli, un passo di valzer, una storta alla caviglia, ahi, e ancora un altro passo, più deciso stavolta, risoluti, e via ballando, mentre la musica continua a suonare…


© Elena Fantini 2010

lunedì 2 marzo 2009

Secondo voi come si giudica una foto?


Questo è uno di quegli argomenti di cui si potrebbe parlare per anni e anni senza raggiungere mai un accordo od una regola definitiva.

Innanzitutto dipende da chi giudica. Se io faccio vedere una “bella” foto a mia mamma, lei mi dirà “ma che bella. Sei davvero brava”.

Lei la guarderà infatti per l’impatto emotivo che la foto ha su di lei. Un bel tramonto, la foto di suo nipote sorridente, il gatto che ti guarda sornione: tutte immagini che potrebbero ottenere facilmente il benestare di molti. Infatti siamo normalmente attratti, dalla cosiddetta bellezza delle immagini più palesi, quelle che per cultura ed abitudine vediamo più spesso. Per non tralasciare, inoltre il fattore emozionale ed affettivo che gioca un ruolo primario in questi casi. Se invece il nostro pubblico è composto da sconosciuti o persone che fanno parte di forum vari, circoli, etc, il metro di giudizio cambierà, anche se i cliché normalmente abbondano. Infatti, se vi è mai capitato di sfogliare riviste nelle quali vi chiedono la spedizioni di immagini per temi e confronti o di presentare le vostre immagini in circoli dove l’età media di solito super i 50, noterete una spasmodica attenzione al particolare tecnico ed alla resa oggettiva della vostra immagine.

Ogni singolo elemento è messo alla prova ed un bianco troppo bruciato o un nero senza “dati”, diventerà l’unico elemento soppesato della vostra foto, per quanto forte o d’impatto essa possa essere. Qui ci si sofferma spesso sulla singola immagine, scandagliandone ogni minima aberrazione e cercando significati anche quando questi dovrebbero esser lasciati alla sensibilità o all’immaginario di ciascuno. Mi astengo dai forum su internet. Tanti, vari, poliedrici, tutti dicono tutto e qui, la scelta è talmente ampia da rendere impossibile qualsiasi catalogazione di generici metri di giudizio.
Molto spesso, è l’assonanza di immaginari e la consonanza di gusti che avvicina chi guarda alle nostre immagini. E questo vale anche quando si parla dei “cosiddetti” critici, ossia quella platea di persone preposte al giudizio ai fini più disparati: semplici letture di portfolio, mostre, concorsi, e simili. Qui sottoponiamo le nostre creazioni a chi è “abituato” a vedere, chi è preposto a giudicare, per studi, professione o qualcosa che auspicabilmente si avvicini a ciò. Questo è il campo che più ci interessa ed è anche quello più difficile da comprendere o decifrare. Ovviamente, chi crea un’immagine non come semplice ricordo, ma al fine di rappresentare qualcosa o dire qualcosa, afferma che se l’immagine è convincente per sé, non importa il giudizio altrui.
Questo è vero, ma è anche vero che quello che riproduciamo, per quanto senso e impegno possa contenere, deve saper veicolare i nostri messaggi, sennò il fine non è raggiunto. Quindi nel momento in cui scegliamo le nostre immagini per sottoporle ad un giudizio, dobbiamo avere le idee chiare. Chiarire cosa vogliamo dire, chiarire a chi ci rivolgiamo. Non tutti possono apprezzare la stessa foto. Chi la esalta come capolavoro, chi la considera ben poco: e questo della stessa immagine.
Una responsabile di una galleria d’arte non giudicherà mai allo stesso modo che una responsabile di un’agenzia fotografica.
Qui di solito nasce il caos profondo della nostra mente: avere sulle stesse immagini pareri completamente opposti. Quindi, non esiste un metro di giudizio universale: ogni singola persona potrà darvi giudizi o suggerimenti diversissimi. Ne deduco che sia io a decidere. Io a dover approfondire il mio studio, capire i lati deboli e quelli forti ed alla fine crederci veramente.
Vi sembra una conclusione banale? Ad esempio, ho sentito parlare malissimo da 50 persone sulle foto di Franco Fontana, mentre altre 50 me ne hanno parlato bene. Da che parte sta la ragione?
Per un buon giudizio “produttivo” (ossia che porti a qualcosa) dobbiamo aspettarci 20 cattivi giudizi.
Buona fortuna!
© Elena Fantini

sabato 28 febbraio 2009

Religioni e uomini

Dio esiste?
E' una delle domande che ci siamo posti l’anno scorso portando avanti il progetto fotografico di Refoto per l’edizione 2008 della Settimana della Fotografia Europea. Il tema era incentrato sul corpo nella religiosità lasciando aperte, quindi, diverse questioni interpretative. Eravamo un gruppo di 12 persone alle quali erano state affidate altrettante persone da fotografare, ognuna con la propria esperienza di credente. Le religioni erano rappresentative dei gruppi della nostra città e vi dirò che è stato decisamente interessante poter vedere le diversità che (e non è retorica) convivono in modo pacifico nello stesso territorio.
Cattolici, ortodossi, evangelici, islamici, tamil, ... dietro queste religioni, persone con cui parlare e confrontarsi e capire qualcosa di più l’uno dell’altra. Ho avuto quindi la fortuna di conoscere Rachida, una splendida donna originaria del Marocco, e la sua famiglia. Ho trascorso con loro giornate intere, dove alla macchina fotografica molto spesso, preferivo abbandonarmi sui loro comodi divani, che abbracciavano l’intera sala, e chiacchierare assaggiando i dolci, il pane ed il resto del cibo che Rachida, ogni volta, mi offriva.

E' proprio quando inizi a conoscere, a parlare e stare con le persone, che capisci, che alla fine non si tratta di stereotipate figure minacciose, altre e lontane. Anche se si vestono diversamente da noi, mangiano cibi diversi da quelli della nostra tradizione e pregano in altro modo od in certi casi più di noi, sono persone che meritano comunque rispetto. Parola ormai in disuso nei discorsi paurosamente generalisti di molti.


Mi è piaciuto conoscere Rachida. Mi è piaciuto il suo piacere per la vita, per la gioia, per gli amici, purtroppo lasciati in Marocco, ed il suo bisogno di Dio che diventa un balsamo per le difficoltà che incontra ed ha incontrato qui. Mi è piaciuto il suo rapporto con il velo, iniziato tardi ma consapevole e scelto. Molto più consapevole di tante conoscenze che si ostinano a frequentare la chiesa senza tradurre in azioni o pensieri, la sua dottrina.

Una bellissima esperienza. Conoscere gli altri senza prendere un aereo. Così lontani e così vicini, apostrofando Wim Wenders. Persone, che vivono accanto a noi, che vediamo vestite e velate e ci fanno immaginare scenari apocalittici e violenze immani. Molti di loro, non tutti certo (come "noi" del resto) sono splendide persone, che portano con se il sole del deserto e te ne possono parlare, senza farti prendere un aereo, con il loro calore e la loro ospitalità. Grazie Rachida.


© Elena Fantini, 2008